Intervista a Nicolai Lilin per Panorama

SCRITTO COL SANGUE – NICOLAI LILIN

di Raffaele Panizza

Nicolai Lilin è un fenomeno atmosferico al contrario: prima c’è stato lo spavento del tuono, ora si vede solo lo splendore del lampo. L’estrema cortesia e la dolcezza dello sguardo rendono faticoso sovrapporlo a quello che si è letto di lui. L’infanzia in Transnistria, educato al coltello e all’«uccidere onesto» da una comunità di criminali deportati da Stalin in questa terra di nessuno tra Moldavia e Ucraina (storie raccontate nel suo libro d’esordio Educazione siberiana). Poi i due anni da militare come cecchino in un reparto speciale di sabotatori spediti in Cecenia, «dove l’esistenza era così miserabile che ho imparato ad avere più pietà dei vivi che dei morti».

Oggi, a 31 anni, la sua vita è il risultato paradossale di un passato che sembrava senza speranza. Scrittore tradotto in 15 lingue, tatuatore di madonne armate e angeli dell’inferno, gestisce a Milano un grande spazio culturale chiamato Kolima, suo soprannome da ragazzo. Da poco ha terminato la sceneggiatura di Educazione siberiana che Gabriele Salvatores inizierà a girare in estate in Lituania.

Gorizia, una bella storia - La VII edizione del festival èStoria di Gorizia (130 ospiti internazionali, 60 eventi, in scena dal 20 al 22 maggio) è dedicata alle guerre. Sabato 21 maggio alle 15, nella tenda Erodoto, Nicolai Lilin incontrerà Arkadij Babcenko, autore di «La guerra di un soldato in Cecenia» (editore Mondadori), con cui discuterà delle rispettive esperienze sul fronte. Tutte le informazioni sul festival sul sito www.estoria.it

Alcuni detrattori ritengono inverosimile che lei, cittadino moldavo, sia stato chiamato alla leva dalla Russia.

 

La cosa è semplice: mio nonno era siberiano e io avevo il doppio passaporto. Per molti ragazzi, poi, l’esercito era un’opportunità. A bender, la mia città, c’era un ufficio della 14ma armata. Chi sostiene il contrario dimostra ignoranza.

Come ricorda l’impatto con il mondo civile?

Un trauma. Soffrivo d’insonnia, vedevo sfocato e la febbre alta non passava mai. Dopo anni a nutrirmi di pastiglie e integratori per restare sveglio e marciare non riuscivo più a mangiare. Ingoiavo e rimettevo. Per mesi.

La pace non le dava sollievo?

Al contrario, provavo solo odio. Tutto mi appariva ipocrita. Pensavo: come diavolo fanno questi a ridere e bere mentre a 200 chilometri c’è gente che non ha l’acqua da 10 anni? Ero accecato, e potenzialmente un pericolo per gli altri. Fra poche settimane consegnerò alla Einaudi il mio terzo libro, Il respiro del buio, per raccontare quei giorni.

Girava armato?

Avevo un arsenale. Durante la guerra in Cecenia il mio reparto era autorizzato a sequestrare tutte le armi che trovava. Mi ero organizzato con i corrieri e facevo spedire tutto a casa. Al ritorno ho trovato un capitale: fucili svizzeri che valevano più di una Mercedes, cannocchiali militari che gli arabi erano disposti a pagare una fortuna. Dopo ho lavorato per una società di sicurezza privata, finché sono stato chiamato da un’agenzia israeliana. Mi occupavo di logistica: se un cliente doveva attraversare una zona pericolosa dell’Afghanistan, io andavo sul posto e parlavo coi capitribù, spiegando perché era conveniente per loro non ammazzare il mio cliente. Se non si convincevano, li pagavo. Sono stato in tutto il Medio Oriente.

Qual è il primo lavoro svolto in Italia?

Mi sono infiltrato per due anni all’interno di cellule sataniste, per conto di un gruppo di ricercatori.

Tipo Bestie di Satana?

No, quello è satanismo «acido». Io mi occupavo del satanismo inconsapevole, di gente che agisce per conto del male senza saperlo. Persone manovrate da adoratori del demonio. Una realtà enorme e sconosciuta, alla quale il Vaticano dedica grande attenzione.

Prova mai un senso di superiorità verso quelli che discutono di cose che non hanno mai vissuto?

Sì, mi capita, ma non più di quanto succeda ad un carabiniere onesto che prova fastidio per i colleghi corrotti o a un prete che condanna i confratelli pedofili. Cerco di non mettermi su un piedistallo. Mi sono convertito e sono un fervente cattolico: sapere che siamo tutti uguali davanti a Dio mi dà equilibrio. Un’associazione culturale legata alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, la Anastasis, ha chiesto i miei disegni per una mostra sull’arte cristiana. Questo è un grande onore.

Si commuove spesso?

Solo a messa. E davanti a mia figlia. Ma piangere no, mai. Da piccolo, ogni volta che dimostravo un segno di debolezza, mio padre mi picchiava.

Crede di avere molto da espiare?

Sono cresciuto in una società dove Cristianesimo e omicidio erano tenuti assieme senza contraddizioni. Mi sento male se dico una bugia, ma per le vite che ho portato via no, sono in pace. E’ il complesso dei templari: ammazzavano la gente, ma dentro un codice. L’ho fatto anch’io, ma dentro uno scontro di civiltà.

Articolo comparso su Panorama n. 21 del 18 maggio 2011

 

 

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