Intervista per Il Piccolo – venerdì 20 maggio 2011

Nicolai Lilin racconta la sua sporca guerra combattuta in Cecenia

Sarà ospite domani di èStoria l’autore di Educazione siberiana, che diventerà un film di Gabriele Salvatores, e Caduta libera

di Alessandro Mezzena Lona

A 31 anni può dire che lui l’Inferno, lo ha attraversato davvero. L’adolescenza in Transnistria, quell’«Infanzia
siberiana» che Nicolai Lilin ha raccontato nello splendido romanzo di debutto scritto in italiano, lo ha svezzato all’uso del coltello e dell’«uccidere onesto». Lì, nella terra di nessuno posta tra Moldavia e Ucraina, Stalin aveva deportato una folta comunità di criminali. Poi per Lilin è arrivata la chiamata dell’esercito russo.
Due anni vissuti da sabotatore al centro della guerra di Cecenia, a combattere con metodi da terrorista contro altri terroristi.
Oggi, Nicolai Lilin non fa fatica a ammettere che, all’inizio, ritornare alla vita di ogni giorno è stata un’impresa. «Ero pieno di odio. Tutto mi appariva ipocrita». Scrivere lo ha aiutato senza dubbio ad ancorarsi alla realtà. Prima il grande successo di “Educazione siberiana”, da cui Gabriele Salvatores girerà un film nel corso
dell’estate, poi la sconvolgente testimonianza della guerra in Cecenia di “Caduta libera”. E in autunno, sempre da Einaudi, uscirà il capitolo finale della trilogia: “Il respiro del buio”.
Domani, Nicolai Lilin dialogherà a Gorizia, nell’ambito del Festival èStoria, con Arkadij Babcenko e Sergio Canciani su “Il dramma ceceno tra guerra e terrorismo”.
L’appuntamento è alle 15 alla Tenda Erodoto.
«Prima ancora che “Educazione siberiana” arrivasse nelle librerie, l’Einaudi si era già mossa nel mondo del cinema – spiega Nicolai Lilin -. Aveva mandato alcune copie in visione a diverse persone. Arrivando fino a
Hollywood. Chi era perplesso sul fatto di trarre un film dal libro ero proprio io».
Perché era perplesso?
«Quando un regista decide di trasformare un romanzo in un film, tratta la storia con grande libertà, la modifica, la riscrive. Il problema è che quello che racconto nei primi due libri rispecchia il mio vissuto e quello dei miei amici. Le storie, le riflessioni che faccio, non sono finte. E allora come si fa a consegnarle nelle mani di chi, magari, le manipola, le stravolge?».
Com’è passato dalla perplessità a scrivere la sceneggiatura per il film?
«La casa editrice insisteva. Mi dicevano: guarda che queste occasioni capitano una volta nella vita. Poi si è fatta avanti la Cattleya, la compagnia di produzione italiana che collabora con la Fox. Il loro progetto mi sembrava
corretto. Hanno chiesto la mia partecipazione alla scrittura della sceneggiatura».
Quando è arrivato Gabriele Salvatores?
«Sono stato io a proporre il suo nome per la regia. L’ho sempre ammirato, lo considero un intellettuale, un professionista di grande valore. Quando ho scoperto che aveva già letto Educazione siberiana, e che
era interessato al progetto, mi sono sentito davvero felice. Ci siamo conosciuti, abbiamo lavorato insieme alla sceneggiatura».
Quando è previsto il primo ciak?
«Tra luglio e agosto. Il film verrà girato parte in Italia e parte in Lituania. Abbiamo già scelto il protagonista, ma il suo nome verrà svelato tra un po’».
Intanto ha finito un nuovo romanzo?
«Sto finendo di scrivere Il respiro del buio, uscirà per Einaudi in autunno. Questa volta ho deciso di comportarmi da vero romanziere: mescolerò alla realtà che ho vissuto più finzione, più letteratura. Così smetteranno di criticarmi. Di dirmi che non posso aver vissuto storie così estreme».
Dopo l’infanzia tra i criminali della Siberia, dopo la sporca guerra in Cecenia, che cosa racconterà?
«Il ritorno di Nicolai, il mio personaggio non vivo ma vissuto, dalla guerra. Con la critica forte della società russa, che finge di non vedere le brutalità a 150 chilometri da casa».
L’ha vissuto sulla propria pelle?
«Quando sono tornato a casa dalla guerra, non riuscivo più a capire la vita di ogni giorno. Mi chiedevo com’è possibile che uno vada a cena fuori con la fidanzata quando in Cecenia c’è gente che muore, che vive senza
acqua, senza luce, con razioni di cibo scarsissime».
In Caduta libera dice che la guerra cancella ogni storia personale. Com’è stato rientrare nella realtà di ogni giorno?
«Sono pensieri che faccio ogni giorno. E non so ancora rispondere alla domanda: chi sono oggi? Un fatto è certo: la guerra porta all’azzeramento della tua storia personale. Quando sono tornato, ho visto sparire tantissime persone che non riuscivano ad abituarsi alla quotidianità. Droga, alcol, morti violente».
Eppure lei non ha abbandonato fino in fondo l’ambiente militare…
«No, ho lavorato per una società di sicurezza privata. Ho girato tutto il Medio Oriente. Del resto, quando sono uscito dall’esercito russo mi sono trovato senza una storia, senza documenti. Ovviamente, sul foglio di congedo non potevano scrivere che in Cecenia facevamo la guerra illegale. Che ci comportavamo come i terroristi. In Russia queste cose non le sanno, non le dice nessuno. Meno che meno i giornalisti. E così mi sono trovato a dovermi inventare un futuro».
In Italia si è occupato anche dei satanisti?
«Siccome mi sono sempre occupato di sicurezza, una società privata di volontariato legata al Vaticano mi ha infiltrato per due anni all’interno di alcuni gruppi satanisti. In quell’ambiente ho scoperto un grande traffico pedofilo tra la Russia e l’Europa. Ho fatto denunce contro parecchie persone, ma il problema è che sono molto coperti».
Si coprono pagando?
«Posso dire che ho denunciato l’esistenza di una rete pedofila a Monaco di Baviera. La denuncia non ha mai avuto seguito. Del resto, un film porno con la partecipazione di un minore, girato in poche copie, può costare
da 50 a 70 mila euro. Ho scoperto cose davvero schifose».
Perché ne parla solo adesso?
«Mi sentivo vulnerabile. E poi, speravo di continuare a lavorare in questo ambiente. Ma dopo l’uscita dei due romanzi la mia faccia è davvero troppo riconoscibile. In più, adesso ho una figlia di cinque anni. Però non smetterò mai di raccontare a tutti che i pedofili sono ricchi e potenti. Non solo in Italia: in Belgio ci sono associazioni pro-pedofili che li aiutano a nascondersi».
Fa ancora i tatuaggi?
«Non sono un tatuatore professionista. Lo faccio solo per gli amici, così tengo viva la tradizione culturale siberiana. Ho iniziato a tatuarmi a 11 anni. Ormai ho smesso di contare quanti ne ho sul corpo».

 

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