Intervista per Viktor Mag

Ci eravamo incontrati qualche tempo prima grazie a un amico comune, che mi aveva presentato come “scrittore”, parola nel mio caso impropria che m’induce alla ritrosia – “non sono proprio uno scrittore”.
La cosa buffa è che Nicolai m’aveva risposto allo stesso modo, ed era una forma di temperanza che avrei compreso anche meglio in seguito: ma di fatto era già uscito con una paio di bei libri, pure tradotti in diciassette lingue. Educazione siberiana e Caduta libera sono uno più convincente dell’altro – ed è difficile, a causa del loro contenuto, parlare semplicemente di “libro”. Non mi ricordo le parole precise, ma era Kafka a riferire, forse al suo amico Max Brod, che un buon libro era per lui qualcosa che gli faceva avvertire una sensazione simile a quella di un cazzotto nello stomaco, o forse aveva parlato del precipitare in un burrone. Detto così non sembra bello e invece lo è, e la sensazione rilasciata in specie del secondo lavoro di Nicolai, Caduta libera, è più o meno questa: la guerra vista da molto vicino è una voragine che rapisce. Il fascino dell’orrore.
Ora, quando lo incontro nella presente circostanza, gli domando cosa significhi per lui “raccontare”. La sua risposta è spiazzante, non contempla alcuna delle mitologie intorno all’arte del narrare – una forma di liberazione, un urlo, un canto, un’urgenza, una lotta. Anche se, va detto, in alcuni casi non c’è mito né mistificazione, per esempio quando Varlam Salamov sostiene che il narrare gli abbia salvato la pelle nei campi di concentramento della Kolyma, remota regione della Siberia dove lo avevano rinchiuso come prigioniero politico per non aver fatto niente, insomma per gli assurdi procedimenti – per la paura nutrita nei confronti dell’intelligenza – sempre inalberati dal regime staliniano – e in genere da tutti i regimi dittatoriali. E dove lui, Varlam, quelche notte godeva del piccolo ma grande privilegio del sedere al caldo nelle baracche dei prigionieri “comuni”, di solito più “agiati” di quelli politici, che lo prelevavano dalla sua e gli chiedevano di raccontare – “dai, cantastorie, raccontacene una”. Un modo dolce per passare tempi amari.
Kolima, ma con la “i”, si chiama anche lo studio gestito a Milano da Nicolai Lilin e Valentina Aponte, con l’aggiunta della dicitura “Contemporary Culture” – un bello spazio che sta nell’altrettanto bella struttura di Frigoriferi Milanesi, centro di produzione per l’arte e il restauro, che risponde a questo curioso nome perché alle origini, intorno alla fine dell’Ottocento, gestiva e manteneva in fresco le derrate alimentari della città.
Per Nicolai il narrare è una forma di educazione. Lui si riferisce in particolar modo alla sua precedente esistenza, quella passata in Transnistria con i nonni e narrata appunto in Educazione siberiana. Là, mi dice, il racconto era la forma con cui i più vecchi trasmettevano ai più giovani il loro sapere e la loro saggezza. La televisione, che pure avevamo per non essere da meno, sai, per evitare che qualcuno potesse dirci retrogradi – e qui sorride – la televisione appariva in casa come un soprammobile sempre spento sul quale campeggiavano gli uncinetti elaborati dalle buone mani della nonna, uno strumento che veniva acceso assai di rado e sempre sottolineando il gesto con frasi del tipo: “sentiamo le stupidaggini che hanno da dire”.
Era un altro mondo, quello della televisione, e a noi bambini era persino vietato accenderla. Fantastico. Preferivano divertirsi vivendo, pescando, magari trafugando qualche mela da vendere al mercato – certo, non sempre azioni raccomandabili, ma chi, fra quanti da bambini hanno conosciuto la campagna, non ha “rubato” qualche mela al vicino per poi esultare fuggendo in una pazza corsa per i campi? E i ragazzini in certi casi sono piccoli geni, per esempio quando lì nella loro Transnistria si mettevano a cavalcioni dei sacchi di mele usandoli come zattere per navigare il fiume – le mele galleggiano, sottolinea Nicolai – e raggiungere il mercato, per venderle e spiccare qualche quattrino. E di sicuro in quei casi non si trattava soltanto di “qualche” mela.
“Ci sono criminali onesti e criminali disonesti”, sottolinea Lilin ormai quasi stancamente riferendosi a uno dei temi di Educazione siberiana, perché è l’argomento di quasi ogni intervista, e ai tempi della sua infanzia i criminali onesti erano sostanzialmente persone d’onore, nel senso più ricco del termine; gente che combatteva a modo proprio, ma condiviso dalla comunità, le angherie del regime – battaglia che si fa fatica a non approvare, anche se certo qualcuno, chi scrive per esempio, avrebbe non poche difficoltà nell’usare con disinvoltura pistole e coltelli. Ma anche la cattiveria, quella combattevano sostanzialmente. E si tratta di un mondo scomparso, le cui regole affatto umane sono state inghiottite e storpiate nel grande calderone della nuova ricchezza russa.
E ancora a proposito dell’aspetto educativo del narrare, con Caduta libera si ha proprio l’impressione che il libro insegni cosa sia o possa essere un uomo, dove l’uomo possa arrivare e cosa possa sopportare e di cosa possa esultare e fino a dove si possa spingere, fino alla crudeltà della guerra e dei suoi atti.
Quando mi riceve, con il calore che già gli conoscevo, sull’ampia scrivania del suo studio Nicolai ha stesi davanti a sé gli schizzi di quelli che saranno i tatuaggi – finti, in questo caso – con cui ricoprire il corpo di John Malkovich, che nel film diretto dal già premio Oscar Gabriele Salvatores – “uno dei registi di oggi fra i più capaci, in Italia, nel far recitare i bambini”, sottolinea Lilin – interpreterà la parte di nonno Kuzia, personaggio centrale, adulto circondato da ragazzini. Del tatuaggio Nicolai è un artista – e forse è questa la sua vera arte, o almeno quella da lui più sentita come tale, e per questo si schermisce al sentirsi dire “scrittore”. I disegni, anche quelli che Nicolai porta su mani e braccia, mostrano una specie di sacrale bellezza. Ed è inutile domandargli il senso di quei simboli, giacché stanno lì apposta per evitare le parole.
Sulla guerra che è stato costretto a combatter gli chiedo soltanto se sia riuscito a lasciarsela alle spalle, e lui mi risponde, mutando leggermente l’espressione degli occhi e della pelle, per così dire, che una cosa del genere in pratica non ti abbandona mai.
E al proposito ricordo un altro giorno in cui ci incontrammo. Stavamo sulla bella terrazza della casa dei nostri gentili ospiti. si vedeva la linea dell’orizzonte cittadino, i palazzi lontani e Nicolai, lì affacciato, invece delle romanticherie che producevamo noi altri, in particolare il sottoscritto, se n’è uscito quasi parlando fra sé con un “questo sarebbe stato un buon appostamento per i cannoni…” – da non so quanti pollici. E ritrovo proprio questo automatismo in forma di confessione in un passo di Caduta libera: “Ancora oggi, spesso mi capita di osservare dei luoghi all’aria aperta e pensare senza accorgermene che sarebbero perfetti per un’azione militare. Mentre una persona normale guarda un paesaggio e pensa alla bellezza della natura, io, contro la mia volontà, mi accorgo di valutare dove si potrebbe mettere la mitragliatrice”.
Poi, per volare un po’ più leggeri, gli domando che cosa pensi della moda, non solo per il contenitore di queste pagine, Viktor, ma anche e anzi forse soprattutto perché mi sembra una domanda gaiamente stupida. Anche in tal caso la sua risposta è brillante. Esistenziale, politica, sociale, ma semplice. Non si sofferma sugli aspetti frivoli, e cita di passata la sgradevolezza che gli procura l’idea di certi prezzi esorbitanti di alcuni capi o accessori o altro. Si rifà un’altra volta al suo passato nella terra natia. Allora l’affacciarsi della moda, intesa anche solo in senso lato, ha cancellato in un sol colpo il grigiore da regime: “prima la gente era costretta a vestirsi indossandolo, quel grigiore, quasi a mettere il sistema sulla pelle come un cappotto – solo le alte sfere se ne restavano isolate nelle loro conche d’oro impreziosite da Rolex dello stesso metallo. Quando si sono aperte le frontiere è entrato il colore. Questa è stata la vera rivoluzione, il colore degli abiti e il colore della possibilità di indossarli”. La libertà, in un certo senso, il respiro, aveva le tinte degli abiti alla moda, era la varietà, “la possibilità di mettersi finalmente addosso quello che ti passava per la testa”.
Una volta, e così mi piace chiudere, Nicolai aveva recuperato un bellissimo giubbotto – che poi gli hanno rubato in Italia, ahimé – che indossava con piacere e affetto, e mi dice francamente “ma insomma, per quale accidente di motivo in Russia non potevamo metterci addosso un diavolo di bel giubbotto?” E naturalmente lo sa fin troppo bene, perché fosse vietato mettersi un bel giubbotto.

Fabio Santopietro (con Nicolai Lilin)

Articolo pubblicato su Viktor Mag Numero 2, Settembre 2011
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