La mia infanzia da criminale onesto

NICOLAI LILIN – IL SUO BEST-SELLER «EDUCAZIONE SIBERIANA» SARÀ UN FILM

Gabriele Salvatores gira in Lituania la storia con cui lo scrittore ha esordito in Italia. «In quel romanzo c’è tutto il mio mondo interiore. E’ la guerra vista con gli occhi di un bambino», dice.

intervista di Marianna Aprile per OGGI – foto Maki Galimberti

La troupe di Gabriele Salvatores che gira Educazione siberiana, il film con John Malkovich tratto dal romanzo d’esordio di Nicolai Lilin, è ferma in Lituania: non c’è abbastanza neve per girare le ultime scene del racconto di quella comunità degli Urka siberiani descritta da Lilin nel suo primo libro, quei “criminali onesti” con i quali lo scrittore, da otto anni in Italia, è cresciuto.

Lilin, non teme di non riconoscersi?

«Il libro è stato usato come una mappa su cui disegnare un percorso cinematografico, di cui co-firmo la sceneggiatura. E comunque già il libro era deviante dalla mia vita: tutto ciò che è letterario è romanzo, non realtà».

Che effetto le ha fatto vedere John Malkovich nei panni di quel Nonno Kuzja così fondamentale per la sua infanzia?

«E’ stato bello vedere in Malkovich la memorabilità artistica di una persona vissuta tanto tempo fa e cui ero legato. Nonno Kuzja è parte del mio mondo interiore. Ancora oggi, se devo analizzare situazioni, costruisco un dialogo immaginario con lui».

Sono in molti a mettere in dubbio quel che scrive. Quanto c’è di vero nei suoi libri?

«La mia non è un’autobiografia, i miei libri sono soggetti letterari, non cronache. Sono uno scrittore, faccio rivivere persone e sentimenti. Ma è letteratura, quindi libertà di forma. Solo lo scrittore può decidere fino a che punto cambiare la forma di ciò che ha vissuto. Sono cresciuto leggendo la letteratura americana degli Anni 50 e 60, Bradbury, Asimov… Per me quella che raccontavano era la realtà, con tutti i suoi meccanismi, anche se l’ambientazione era il futuro».

In Educazione siberiana c’è la sua infanzia. In Caduta libera la guerra in Cecenia da cecchino. In Il respiro del buio la sua rinascita. E adesso cosa racconterà?

«Era una trilogia, è chiusa. Sono libri diversi tra loro. Il primo è scritto dal punto di vista di un bambino, è caotico e contraddittorio. L’ho scritto senza verificare i ricordi, cancellando il tempo. Si passa da atmosfere da Medioevo siberiano ai Depeche Mode».

In Russia la criticano proprio per certe sue ricostruzioni della realtà degli Urka.

«Scrivo di persone a lungo rinnegate dalla cultura russa. E questo non piace. Mi colpisce l’arroganza di chi pensa di conoscere quei posti meglio di chi c’è cresciuto dentro. In Caduta libera racconto la guerra, mischiando ricordi ceceni con quelli della guerra che quando avevo 12 anni si è combattuta nel mio Paese. Non volevo fosse solo il racconto di un cecchino. A 12 anni andavo a togliere i giubbotti antiproiettile dai cadaveri per la strada, ma in Cecenia ho capito che la cosa peggiore delle guerre sono i sopravvissuti, chi perde tutto».

Nicolai Lilin fotografato da Maki Galimberti per OGGI

In Il respiro del buio c’è il suo ritorno a una vita normale. E’ stato difficile?

«Il libro in realtà è una riflessione sull’impossibilità di reintegrarsi nell’illusione di società civile, nell’ipocrisia che c’è attorno alla finta pace che viviamo: c’è sempre un posto, sul pianeta, in cui si continua a morire. Che la pace non esiste l’ho capito a 12 anni, dopo la guerra in Transnistria, il mio Paese. Arrivò questa nuova forza politica, che fino al giorno prima ci massacrava e il giorno dopo si proponeva come ordine e chiedeva la consegna delle armi. Noi con le nostre avremmo potuto fare la rivoluzione in un piccolo Stato africano. (ride) Riconsegnammo solo un vecchio fucile».

Che ricordi ha della sua famiglia?

«A scuola mi chiamavano “il prodotto occidentale”. A casa abbiamo sempre ascoltato le radio proibite, letto riviste straniere. Non eravamo indottrinati dal nazionalismo».

Quello dei suoi libri è un mondo maschile. Eppure il percorso di rinascita che descrive passa da figure femminili. E’ voluto?

«Le donne per me sono sempre state una ossessione. Nei miei libri ne parlo poco: da noi “si fa ma non si dice”. Mio nonno diceva “le donne nascono deboli, vivono malate e muoiono vedove”. E invece siete tutto tranne che deboli. Del mondo maschile ho capito tutto presto, quello femminile è sempre stato misterioso. Mio padre è stato un esempio negativo. Mia madre e le sue amiche invece mi intrigavano, mi piaceva ascoltarle spettegolare. Gli uomini le criticavano per questo, ma quando c’era da risolvere un problema andavano da loro per acquisire informazioni utili. Le donne sono fondamentali per risolvere i conflitti, hanno capacità di mediazione che gli uomini non hanno».

Della tradizione siberiana ha conservato anche l’arte del tatuaggio. Perché oggi si rifiuta di mostrare i suoi?

«Sarebbe come mostrarmi nudo, sono la mia parte più intima, sarebbe volgare. La tradizione siberiana impone discrezione».

Il 2011 si è chiuso, in Russia, con manifestazioni contro Vladimir Putin. Che 2012 sarà per il suo Paese?

«Vivo in Italia, difficile giudicare. In Russia senza la rivoluzione borghese non abbiamo maturato l’idea di democrazia, preferendo condottieri e tiranni. La mia generazione, che ha vissuto la dissacrazione del comunismo, ora si ribella, c’è una classe intellettuale che manifesta. Ma da quella folla sotto al Cremlino nessuno si stacca per varcarne la soglia, per Putin non sono un interlocutore. Spero che il 2012 porti a quei ragazzi un leader. Lo spero ma non ci credo».

A cosa sta lavorando oggi?

«Ho sette progetti, dai racconti alla sceneggiatura di un film. E un romanzo, sulla Cecenia. Voglio raccontare quel che rimane».

Vero che ama la Divina Commedia?

«Ce l’ho sull’iPhone, sull’iPad, sul computer. Ci scopro cose sempre diverse».

Dagli Inferi al Paradiso… Lei ha alle spalle un inferno. Qual è il suo Paradiso?

«Il mio è la ricerca, il viaggio».

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