La Repubblica – Lilin, se la vita è stata scritta sulla pelle

di Susanna Nirenstein

Leggere Nicolai Lilin significa immergersi in un vortice esplosivo di storie strabilianti. Con Educazione siberiana nuotavamo nell’universo epico della comunità in cui Lilin è nato, in Transnistria, tra i “criminali onesti”, gli urka, che sotto Stalin sarebbero stati deportati e avrebbero vissuto per 50 anni con le armi in mano tra rapine e ammazzamenti secondo un codice interno misterico. Una ricostruzione contestatissima dai sovietologi, ma che importava, quello, rispondeva Lilin, era un romanzo, il suo romanzo, la sua vita. In Caduta libera cercavamo di prendere aria soffocati dalla violenza ma anche galvanizzati dalla necessità di sconfiggere il nemico, in mezzo alla spietata guerra cecena dove Lilin, da sabotatore russo, ha combattuto, ha ucciso. Il respiro del buio ci trascinava invece nel gorgo dei devastanti effetti post-traumatici che il conflitto aveva lasciato su Nicolai e di fronte alla sua rinascita tra i silenzi e la neve e gli animali e i riti sciamanici della Siberia incontaminata dove Lilin si rifugiò dal nonno. Che abbondanza, che fiumi di scenari sconosciuti. Sembrava impossibile ce ne fossero altri che il nostro scrittore 35enne potesse darci attingendo alle esperienze o alla fantasia.

E invece ecco che dal cilindro siberiano di Lilin escono i mille personaggi di Storie sulla pelle (sempre Einaudi, pagg. 225, euro 19), sei racconti per il viaggio di iniziazione che Nicolai, detto Kolima, da ragazzino ha fatto tra i conturbanti tatuaggi che i “criminali onesti” portavano addosso, alla spasmodica ricerca dei significati nascosti di quelle Madonne con pistole, coltelli, teschi, corone, occhi, pallottole, chiavi, colombe, mani, carte da gioco… Immagini che invadono la mente di Lilin mentre accompagna il nonno alla sauna divenuta ai suoi occhi una sorta di biblioteca dove i marchi si dispiegano sui corpi nudi dei “vecchi” narrando le loro complicate storie a chi sa leggerle. La lingua arcana che parlano quelle incisioni sulla pelle è segreta, solo il kol’sik, il tatuatore, sacerdote e custode della tradizione, sa gestirla, solo lui può ascoltare l’anima di chi vuole un tatuaggio e tramutarla in segni. Nicolai riesce lentamente a diventare il suo allievo. Ma noi non lo seguiamo solo mentre apprende l’indicibile, ma anche mentre vive la sua adolescenza rocambolesca in una banda di minorenni che ribolle di storie e figure geniali, tante, infinite, buffe, perfide, romantiche, disperate, mentre fanno a botte, rapinano, si innamorano, sfidano la natura, uccidono, piangono. A volte vien da pensare a Dickens, altre ai Ragazzi della via Paal, altre ancora addirittura alle Fiabe italiane di Italo Calvino per la creatività, la forza di affabulazione.

Che altro dire davanti a Oliva dalla mira infallibile, anziano criminale elegantissimo che porta sempre con se la foto di una donna misteriosa, oppure a Styopka che porta inciso sul corpo il suo amore impossibile e mortale, o ancora a Batterista, un vecchio hippie finito per 14 anni in galera perché suonava rock, a Pelmen, criminale solitario e ambizioso messo a morte per un tatuaggio sbagliato nel posto sbagliato, al prete che si butta nel fiume indiavolato e gli spuntano le corna, alle esecuzioni tra nuovi e vecchi criminali tra gli alberi di mele, alle vendette tra ragazzi che diventano tragedie, ai primi amori… Anche se il cerchio dell’infanzia di Nicolai ora appare concluso, beh, bravo Lilin, ancora una volta.

SUSANNA NIRENSTEIN
La Repubblica, 31 dicembre 2012, pag. 35