La Repubblica – Nicolai Lilin tra cinema e teatro

“Educazione siberiana” alla Cavallerizza Reale

Il best-seller di Einaudi portato in scena mentre sta per arrivare sugli schermi la versione firmata da Salvatores
“Penso di aver raggiunto una tappa importante del mio percorso”

di ALESSANDRA VINDROLA

Dai libri al cinema. E al teatro. Escono infatti praticamente in contemporanea la versione teatrale e cinematografica di Educazione siberiana, il fortunatissimo romanzo d’ispirazione autobiografica di Nicolai Lilin, poco più che trentenne autore pubblicato da Einaudi (oggi già al quarto libro) che dalla lontana Transnistria è approdato nel 2003 in Piemonte: giovedì sarà nelle sale la trasposizione su pellicola firmata da Salvatores, ma questa sera alle 19.30 debutta in prima assoluta alla Cavallerizza Reale quella teatrale, fino al 21 marzo. Prodotto dalla Fondazione del Teatro Stabile di Torino, dal Teatro Metastasio della Toscana, dalla Fondazione Emilia Romagna Teatro, in collaborazione con NestT (Napoli est Teatro), lo spettacolo è diretto da Giuseppe Miale Di Mauro e vede, fra gli interpreti, Luigi Diberti. Lilin, che oggi vive a Milano, ha lavorato alla trasposizione del suo romanzo sia per il film che per lo spettacolo teatrale.

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Nicolai Lilin con gli attori Giuseppe Gaudino, Adriano Pantaleo e Francesco Di Leva – Foto Stefano Fusaro

Come ci si sente a vedere le proprie opere non solo pubblicate, ma trasformate in un film e uno spettacolo?

«Per quel che mi riguarda, mi sento davvero realizzato. Penso di aver raggiunto una tappa davvero importante del mio percorso. E sto riorganizzando la mia vita per poter continuare a lavorare sia nel cinema che con il teatro».

Ma non ha paura di questa «sovraesposizione»?

«Sono due mondi completamente diversi, perciò non mi fa paura che escano insieme lo spettacolo e il film. Il cinema è una forma di poesia sintetizzata e visiva, ti permette di vedere tutto il mondo con i tuoi occhi; mentre il teatro è un processo più interpretativo, contano gli attori e altrettanto gli spettatori. In sintesi, il cinema è definitivo, e il teatro è storia viva».

Non è facile immaginare la narrazione di Educazione siberiana tradotta drammaturgicamente.

«Infatti, non è possibile creare un parallelo fra libro e spettacolo; il romanzo è solo la fonte e nello spettacolo la storia si concentra su alcune tematiche: abbiamo immaginato la storia di due fratelli, uno legato alle vecchie regole della tradizione siberiana, e l’ altro attratto dal sogno americano. Ne viene fuori un dramma moderno, che racconta il male dell’uomo, il tradimento di se stessi, la falsa felicità che procurano i simulacri del benessere, la battaglia interna fra il sé e il mondo illusorio. Anche il finale è epico, e lo spettacolo ha la forza di una tragedia greca».

Dice niente.

«La via di comunicazione più difficile è quella letteraria. Perché lo scrittore è solo, e per raccontare il mondo ha un solo strumento, le parole. In teatro, e anche al cinema, è per certi versi più facile: lavori in team. Io non sarei mai stato in grado di scrivere una drammaturgia, ma Giuseppe Miale invece mi ha svelato il teatro e i suoi meccanismi, le tecniche, cosa vede e capisce il pubblico, e poco per volta abbiamo messo insieme il testo. Mi ha fatto vedere un mondo nuovo».

Lei dieci anni fa è arrivato in Piemonte. Che impressione le fece Torino?

«Beh, ma non venivo dal nulla, conoscevo grandi capitali come Mosca e San Pietroburgo. Venni in Italia per vedere mia madre e a tutta prima non pensavo assolutamente di restarci, mi sono fermato per questioni familiari. Dopo un po’ il mio permesso di soggiorno è scaduto, ed è cominciato un periodo molto duro, ero un illegale e un fuorilegge, una persona di serie B. E il modo in cui l’Italia tratta le persone di ‘seconda categoria’, non mi è piaciuto per niente. Allora ho capito che le ‘isole del bene’ bisognava cercarsele: ho incontrato un’associazione torinese, Libre, ho cominciato a fare delle cose con loro, mi sono messo a scrivere».

Torino bocciata allora?

«No, è una bella città. Una città di provincia, a misura d’ uomo, ma con forte dimensione culturale, coerente».


Articolo pubblicato su La Repubblica – Torino, martedì 26 febbraio, pag. 21