La Stampa – Lilin: “Teatro o cinema? Scelgo la letteratura”

Lo scrittore alla Cavallerizza per “Educazione Siberiana”

di Alessandra Comazzi

Nicolai Lilin, scrittore russo di origine siberiana, 33 anni, svariati libri per Einaudi, naturalizzato italiano (vive qui dal 2004), teorico del tatuaggio, è effettivamente, tutto tatuato. Anche molto raffreddato. E quindi molto coperto. Ma i tatuaggi si vedono lo stesso e lui si pone di buon grado a firmare autografi e a parlare con le persone che, alla Cavallerizza, hanno assistito l’altra sera alla replica di «Educazione siberiana», opera teatrale che lui stesso, insieme con Giuseppe Miale di Mauro anche regista, ha tratto dal proprio libro. La storia di base è semplice. La racconta Luigi Diberti, il protagonista: «Una famiglia, con padre assente, e criminale, in una remota regione della Russia; due fratelli, una madre, un nonno, che sono io. I due fratelli dirazzano: uno adora il mondo occidentale, e vuole cambiare tutto. L’altro no. Sono criminali, gente crudele, ma seguono regole precise. Che gli innovatori sovvertono». [pullquote align=”left”]ENTUSIASTA – «Platea e attori eccezionali Grande il nonno interpretato da Diberti»[/pullquote]Lo spettacolo, prodotto dallo Stabile di Torino insieme con il Metastasio Stabile della Toscana, Emilia Romagna Teatro e NestT (Napoli est Teatro), è andato in prima il 26 febbraio (repliche fino al 21 marzo), ma soltanto venerdì 8 l’autore ha potuto vedere il lavoro compiuto, seduto in platea tra gli spettatori. Molto applausi alla fine, richiamo in palcoscenico. Un periodo, questo, decisamente intenso per lui, che in contemporanea ha seguito l’uscita di Gabriele Salvatores, sempre tratto dal suo romanzo. E sempre lui ha collaborato alla sceneggiatura.

Sul palco di Eucazione siberiana: gli attori insieme con lo scrittore Nicolai Lilin, il secondo seduto da sinistra

Allora, meglio il film o meglio lo spettacolo teatrale?

«Sono due linguaggi completamente differenti. Diversi i tempi, le procedure. Ho collaborato personalmente a entrambe le realizzazioni, ma se devo scegliere tra cinema e teatro, continuo a scegliere la letteratura».

Lei collabora a sceneggiature e versioni in prosa: è perché non vuole perdere il controllo?

«So che i miei libri sono complicati. Credo quindi che il mio apporto possa essere significativo».

Così non si potrà dire che lo spettacolo non c’entra niente con il romanzo: come le è sembrato il pubblico torinese?

«Meraviglioso. Molto caloroso. Ha sentito come hanno applaudito, quanti richiami hanno fatto agli attori? Sono contentissimo.».

E gli attori? Meglio Luigi Diberti o John Malkovich?

«Sono entrambi grandissimi professionisti. Che interpretano il ruolo chiave del mio libro-film-spettacolo teatrale. Il nonno è la metafora del passato che si contrappone al presente, i valori perduti, la sconfitta di chi non riesce più a proteggere i “voluti da Dio”, i deboli della comunità».

Oltre a Diberti recitano Elsa Bossi, Pippo Cangiano, Francesco Di Leva, Giuseppe Gaudino, Stefano Meglio, Adriano Pantaleo, Andrea Velotti: come li ha trovati?

«Avevo già partecipato a molte prove, e seguito il lavoro degli attori. Non avrei potuto chiedere di meglio».

C’è una strategia dietro questa contemporaneità di date?

«No, per il film si è cominciato a lavorare molto prima, il cinema ha bisogno di tempi larghi. E’ stata una coincidenza, certo favorevole. Che infatti ha riportato “Educazione siberiana”, il libro, in testa alle classifiche».

Lei si inchina ogni volta che firma un autografo: che significa?

«Che sono contento. E grato. Significa che il mio lavoro non è andato perduto, ma viene capito».


Articolo su La Stampa – Torino – Giorno e Notte – domenica 10 marzo – pag. 58