La Vita Nei Libri

INCONTRO CON NICOLAI LILIN, L’AUTORE DEL RUVIDO “EDUCAZIONE SIBERIANA”, DOMANI A SANTU LUSSURGIU. di Manuela Vacca

“Come scrittore ho sempre usato la mia biografia: non sono capace di scrivere altro”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A 31 anni ha già un’intera vita alle spalle Nicolai Lilin, caso letteraio con l’opera prima Educazione siberiana (Einaudi, 2009), tradotta in 14 lingue e distribuita in 19 paesi. ora vive in Italia ma ha il vissuto di chi, russo della Transnistria, è cresciuto troppo in fretta perché ha conosciuto la guerra da bambino e in seguito ha visto ancora sangue e violenza. Di “educazione” e guerra parla nei suoi romanzi, nel ruvido Educazione siberiana, che ora sta diventando un film con protagonista John Malkovich, per la regia di gabriele Salvatores (ha iniziato a girare in Lituania e ci saranno dei set anche in Italia). Quindi nel successivo Caduta libera, una testimonianza feroce del conflitto ceceno. E a metà ottobre uscirà il terzo libro, Il respiro del buio, sul ritorno dal servizio militare in Cecenia. Nel cassetto? Altro ancora.

In questi giorni si trova in Sardegna, di cui ama i boschi della Barbaglia: “Non sono un animale da mare”. Domani ha però appuntamento con il pubblico di Santu Lussurgiu, in qualità di ospite d’eccezione (introdotto da Massimo Arcangeli alle ore 18, nella borgata di San Leonardo) della prima giornata del festival letterario “A libro aperto”. Una quinta edizione, in programma sino a domenica, che promette stimoli interessanti, dipanando storie tra i gomiti variopinti e attorcigliati dell’identità e del multiculturalismo. E scoprire un autore (ed esperto tatuatore) che sembra ridere poco. Ma quando lo fa regala una risata vivida.

Nicolai Lilin come si presenta nel curriculum?
Come scrittore, dato che a quest’attività sacrifico più tempo in assoluto, anche se contemporaneamente seguo la mia galleria d’arte.
E sul passato non facile?
Sono nato in un Paese dove si diventa subito adulti e il periodo adolescenziale non dura a lungo: sono diventato dulto a 12 anni, con la guerra del 1992, come spettatore e partecipante.
All’anagrafe sono 31 anni. E’ l’eta che si sente?
Non saprei, ma credo di essere più adulto. Di recente mia madre, dopo una mia considerazione, ha detto: “Tu sei proprio un vecchio di cent’anni”. Di sicuro sono una persona che ha visto la vita e vederla mi ha portato a trovare me stesso.
Vecchio o magari saggio. Come vede l’Italia e la sua democrazia?
Ora è anche il mio Paese e lo percepisco come unito, ma non unico. Anche i sardi sono italiani ma con la loro storia, integrità ed etica. Queste differenze rendono l’Italia ricca ma resta anche una mentalità da vecchi, con una classe politica vecchia che si spaccia per giovane. E poi ci sono giovani che in realtà sono vecchi poiché quando si sta troppo si ragiona come loro. E mi spiace per la fuga di cervelli, e penso per esempio a un mio amico finito in Thailandia. Ma almeno là l’università finanzia le sue ricerche.
L’arrivo in Italia: non era un contractor, era un consulente?
Ero un consulente di antiterrorismo e di sicurezza militare. Non sono mai stato un contractor e anzi voglio spiegare che il contractor non è altro che la legalizzazione del termine mercenario, attività illegale che ora è diventata un lavoro, con le garanzie dello stipendio e dell’assicurazione per contratto. Aggiungo che i giornalisti non devono fermarsi alle definizioni ma perseverare nella ricerca: la guerra è innanzi tutto intellettuale, dobbiamo scoprire il gioco dei “furbetti” e denunciarlo alla società.
A proposito da consulente ha denunciato una rete di pedofili.
Che mi ha portato a Monaco. Non erano, come si credeva, satanisti ma pedofili che usavano la rete organizzata dal fotografo Alexander Krivon che portava i bambini dalla Russia. Hanno arrestato molti ma non lui che ha forti protezioni molto forti, in un Paese dove polizia e servizi segreti gestiscono la maggior parte dei traffici di prostituzione, droga e armi. Dove la gente che governa si comporta come qualsiasi cosca.
Ha fatto molti nome, non ha paura di ritorsioni?
Mi hanno sparato addosso in guerra, non ho paura né della morte né di ritorsioni. Desidero una società più consapevole, intenzionata a combattere il male e non a negarlo o nasconderlo.
E ora la scrittura. Una catarsi o cosa?
Ho cominciato per caso. Da bambino ero un lettore in una società molto povera, dove leggere era l’unico modo per conoscere il mondo. Poi in Italia, a contatto con associazioni culturali, è arrivato il suggerimento: “Perché non scrivi i tuoi racconti?”. In pratica da consumatore mi sono trasformato in produttore. Ma non lo vivo come una liberazione: mi piace raccontare alla gente e confrontarmi con i lettori. E soprattutto mi piace condividere le memorie di chi non può narrare o perché è morto o perché non avrà mai l’occasione che ho avuto io. Sono un portavoce e mi piace esserlo consapevolemente.

Articolo scritto da Manuela Vacca per L’Unione Sarda, L’Estate 2011 – 1 Settembre 2011

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