L’educazione padovana

Nicolai Lilin, «autore-cecchino» del best seller siberiano, racconta la vita nella città del Santo
«Amo la calma, qui aprirò uno spazio d’arte»

Capita di sedersi a un bar nell’ora di punta di una calda giornata agostana. Capita di venire travolti dalla fretta della pausa pranzo dei pochi rimasti in città, o dei turisti mordi e fuggi che devono vedere tutto in due ore. Capita poi che, in mezzo a tanta confusione, si faccia spazio una voce straniera: «Mi scusi signore, cortesemente mi preparerebbe uno spritz?». La cortesia… che merce rara, una cosa d’altri tempi, o in questo caso, d’altri luoghi. Tanto che perfino il cameriere si gira a guardare in volto tanta gentilezza. E seduto lì in un bar del centro c’è chi non ti aspetti. E’ Nicolai Lilin, 32 anni, autore dell’ormai strafamoso Educazione Siberiana, libro tradotto in decine di lingue, e che Gabriele Salvatores ha trasformato in un film con John Malkovich come protagonista.

Nicolai, il «cecchino» con gli occhi di ghiaccio, il contractor, lo scrittore straniero che si ama o si odia (stando alle critiche, “senza vie di mezzo”), ha passato le vacanze all’ombra del Santo, ha frequentato la vita semplice delle sagre paesane, le gite al mare e ha partecipato al rito degli aperitivi nordestini. Perché Nicolai, con i suoi tatuaggi che fanno di lui un libro a simboli, è un ragazzo che ama divertirsi, come tutti gli altri. «Mi piace questa città, qui lavoro bene – dice – ho cominciato a scrivere il mio quinto libro in questi giorni (il quarto, che si compone di racconti e disegni-simbolo della tradizione siberiana, uscirà a fine ottobre edito, come gli altri, da Einaudi). C’è un humus culturale che mi piace, non solo per la scrittura, ma anche per la mia attività artistica parallela, quella di tatuatore. Sto cercando spazi per aprire anche qui una galleria come quella che ho avviato a Milano, Kolima, uno spazio artistico aperto, che a Milano sta avendo un grosso successo, e con ogni probabilità avrò anche uno spazio espositivo per miei disegni ad Arte Padova, in fiera a novembre».

E così, tra uno spritz e il sole che picchia, conosciamo Nicolai in una dimensione del tutto diversa da quella a tratti forte e truce che racconta nei suoi libri. Per chi non lo sapesse, Lilin nasce il Transinstria ai tempi dell’Urss, ora un lembo di terra moldava, figlio di deportati siberiani. Suo padre e suo nonno sono criminali, ma non nella traduzione volgare del termine, in realtà sono guerrieri che hanno difeso la propria indipendenza, il radicamento cristiano e l’identità siberiana con le armi e la cultura del «simbolo». Gli stessi simboli sono quelli che l’autore porta tatuati sul corpo, segni tracciati a partire dai 12 anni, quando Lilin è finito per la prima volta in carcere minorile. A 18 anni Nicolai, durante il servizio di leva, viene mandato in Cecenia, arruolato in un gruppo di sabotaggio (servizi segreti militari). Diventa un cecchino. I morti, a un certo punto, non li conta più. Da Educazione Siberiana a Caduta libera a Il respiro del buio, il protagonista passa attraverso un processo di preparazione alle armi tramandata nella tradizione criminale siberiana, alla guerra e morte della seconda campagna cecena, e infine al ritorno di quella normalità che fatica a ritrovare.

I romanzi, fortemente biografici, sono lo specchio di Lilin, sviscerati senza ideologie e semplicemente con la cruda realtà di chi racconta quello che ha visto. E ora, nella ricerca di quella normalità perduta, giocherà un ruolo determinante anche Padova, città a cui l’autore approda dopo un lungo periodo a Milano. «Milano è una città che mi ha dato e mi darà tanto, continuerò a rimanere lì perché ho tutti i miei contatti – dice Nicolai – ma il Veneto mi serve per la serenità che mi danno questi posti. A Milano la vita frenetica non è esattamente l’ideale per uno scrittore, qui sto facendo una vita “sana”, tranquilla, ho molti amici, e poi mi piace il clima rilassato che avete voi». Molto amato dai suoi fan, Lilin è già stato riconosciuto in giro per la città. Molti gli chiedono del film che Salvatores ha finito di girare in Lituania, che sarà presentato a gennaio e del quale Lilin ha co-scritto la sceneggiatura. «Gabriele è stato bravissimo, ha reso perfettamente il mio libro ma ci ha messo del suo. Ne è uscito un lavoro eccezionale, fa impressione vedere le parole diventare una realtà ricostruita e rianimata». Inevitabile però parlare anche delle violenti critiche che lo scrittore ha scatenato. Molti hanno sostenuto che si sia inventato tutto, che quella storia degli Urca (gruppi criminali siberiani) deportati, non sia mai esistita e che quella guerra in Cecenia sia frutto della sua fantasia.

Dalla presentazione del primo libro fatta nel 2009 da Roberto Saviano, Lilin si è «tirato addosso», talvolta per una mera «proprietà transitiva», le antipatie già guadagnate dalla scrittore di Gomorra. Ma quelle critiche non gli hanno mai fatto male. «Non ho scritto un’inchiesta giornalistica, i miei sono romanzi. Io so cos’ho visto e so cos’ho vissuto, lo so io e lo sanno le persone che mi stanno vicino. Il resto sono chiacchiere». E a dispetto dell’aria dura e dei tatuaggi che rischiano di intimorire un po’, Nicolai ha lo sguardo sereno di una persona che si sta ricostruendo, pezzo per pezzo. E in questa ripartenza giocherà un ruolo importante Padova. Tra una galleria d’arte e uno spritz. E la gentilezza e il “garbo” che quel cameriere probabilmente ricorda ancora.

Roberta Polese
Corriere del Veneto
Martedì 21 agosto 2012 – pag. 13