Lilin: gli urca di Transnistria criminali con codice d’onore

MANIAGO
«Sono nato in un Paese dove si diventa subito adulti e il periodo adolescenziale non dura a lungo: sono diventato adulto a 12 anni, con la guerra del 1992, come spettatore e partecipante». Ha soli 32 anni, ma è come se avesse già vissuto sette vite, Nicolai Lilin, caso letterario nel 2009 con Educazione siberiana, tradotta in 19 lingue e distribuita in 24 paesi, ospite nel pomeriggio di ieri, al Teatro Verdi, di Giallo a Maniago, rassegna di mistero e criminologia giunta alla sua terza edizione, costola noir di Pordenone Pensa, la fortunata kermesse organizzata dalla Provincia di Pordenone e dal Circolo Culturale Eureka.

Davanti ad un pubblico folto, curioso d’incontrare e scoprire un autore di fama che è anche un esperto tatuatore: un giovane che sembra ridere poco ma che, quando lo fa, regala una risata fresca e spontanea. Lilin, intervistato dal direttore di PnBox, Francesco Vanin, cattura subito l’attenzione raccontando di sé, della sua infanzia in terra siberiana, terra di tutti e di nessuno, crocevia di traffici internazionali e di storie d’uomini e illustrando tradizioni e codice d’onore dei cosiddetti “criminali onesti”, gli urca della Transnistria (oggi Repubblica Moldava, ieri parte dell’Unione Sovietica). Ora Lilin vive in Italia, coniuga la sua attività di scrittore a quella di gallerista, ma ha il vissuto di chi è cresciuto troppo in fretta. Di “educazione” e guerra parla nei suoi romanzi, dal ruvido Educazione siberiana, che presto approderà sul grande schermo con protagonista John Malkovich e per la regia di Gabriele Salvatores, a Caduta libera e a Il respiro del buio (quest’ultimo pubblicato nell’ottobre del 2011). Racconti in cui emergono spesso gli aggettivi “onesto” e “disonesto”. Può apparire strano che parlando di una comunità criminale si parli di onestà, e altrettanto strano che un codice etico condiviso possa esistere anche al di fuori della società civile. Eppure, tra gli urca non si stupra, non si fanno estorsioni, non si fa usura. Si può rapinare e uccidere, ma solo in presenza di un motivo ritenuto – secondo quel codice – giustificante. Si può truffare, ma solo lo Stato e i ricchi. «Non è il crimine la nostra forza – spiega Nicolai, raccontando dell’educazione ricevuta dal suo vecchio, il nonno -, ma il consenso e il bene che la gente ci vuole. Sono regole di giustizia non scritte, come la divisione equa dei beni, l’aiuto reciproco e la difesa dei più deboli». Regole che trovano forte fondamento nella fede: «Anche Cristo nei nostri tatuaggi è raffigurato con un kalashnikov – conclude Lilin -, perché il messaggio che Lui ha voluto portarci è stato quello di non sottomettersi ai potenti portando la spada. Essere cristiano non significa morire oppresso da chi ti vuole sfruttare, ma difendersi. Fu Cristo il primo rivoluzionario».
Guglielmo Zisa

Messaggero Veneto
pagina 24
lunedì 27 agosto 2012
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