L’ultimo morso di Massimo – racconto

L’antico castello era avvolto da una nebbia fitta e densa, le paludi proliferavano nei territori circostanti e si alzava nell’aria un insopportabile odore di marcio accompagnato da rumori diabolici. Altissime e sottili torri si nascondevano tra le nuvole nere e di tanto in tanto erano illuminate per un istante dai fulmini mentre i tuoni facevano tremare l’aria come un coro di voci infernali. Lungo le vecchie e ruvide mura strisciava un’ombra terribile, era un essere mostruoso, una creatura maledetta che da anni terrorizzava le popolazioni locali con il suo spaventoso aspetto e un ingordo appetito per il sangue umano. I poveri contadini della Transilvania ogni sera dopo una giornata di fatiche tornavano a casa con addosso una tremenda paura, e prima di andare a dormire abbracciavano i propri figli considerando la possibilità di non rivederli al risveglio, perché nessuno di loro sapeva quale sfortunato poteva essere scelto dal perfido vampiro per saziare la sua avida sete.

Il principe del male non conosceva la morte e il tempo non aveva potere su di lui, inoltre non temeva il FISCO, la Guardia di Finanza e le altre strutture di polizia perché il suo superpotere lo proteggeva da quegli articoli della Costituzione che colpiscono i vari speculatori e furbacchioni della politica. Qualche volta alcuni scribacchini troppo inquieti tentavano di infangarlo nelle pagine dei loro inutili ed esteticamente brutti giornali, raccontando di vecchie leggende di bombe buttate nel mare lungo le coste di Yugoslavia, incarichi di carattere “privato” assegnati agli agenti dei servizi di sicurezza dello stato per raccogliere informazioni compromettenti con cui poi creare i “dossier” per poter “controllare” la sua quota di potere, truffe finanziarie, investimenti all’estero tramite gente poco raccomandabile, minacce ai giornalisti e sprechi di denaro statale come se fosse preso dal suo salvadanaio. C’erano molte calunnie che si dicevano sul povero Massimo, ma quello che nessuno conosceva era il sogno segreto che si portava nel cuore, un pensiero scuro, più buio di una notte senza luna, o come direbbero i marinai sovietici “nero, come il buco del sedere di un africano”.

Il racconto completo è sulla rivista Il Male, # 10, venerdì 9 dicembre 2011