“Ma Prima Di Cucinare Chiamo Mia Mamma”

E’ cresciuto tra “onesti criminali”. Ha fatto il cecchino e il cacciatore di terroristi. I suoi libri vendono milioni di copie (e ora ne sta uscendo uno nuovo). Ma quando “lei” batte il pugno, l’autore di Educazione siberiana si zittisce. “La parola della madre è legge”. E, al suo Paese, ignorarla non è una buona idea.

 

Pensi a Nicolai Lilin e ti immagini il ragazzino tatuato e veloce di coltello di Educazione siberiana. Ci ripensi e vedi il cecchino triste di Caduta libera. Insomma se cerchi di farti un’idea di come potrebbe essere l’autore di questi libri, pensi a uno tutto muscoli e arroganza, il classico macho russo con la vodka in corpo e la violenza in testa. Ma l’uomo che mi dà appuntamento in un parco giochi per bambini vicino a Cuneo, perché ha tre giorni da passare con sua figlia e non ci vuole rinunciare, se non fosse per i tatuaggi non l’avrei riconosciuto. Questo trentunenne dalle molte vite – adolescente tra gli “onesti criminali” siberiani, soldato in Cecenia, cacciatore di terroristi in Medio Oriente e di satanisti in Italia, nonché tatuatore a Milano e, soprattutto, scrittore – è un tipo mingherlino e gentile come pochi. Ma il suo sguardo, del colore dei simboli che gli si avvinghiano addosso come un’edera bluastra, a un altro maschio dice chiaramente che con Nicolai Lilin è meglio non avere nulla da ridire. Anche se è la metà di te.

Siede a un tavolino tra castelli gonfiabili e vasche di palline colorate: scenografia improbabile dentro cui lui si muove con una calma innaturale. Un occhio a me e l’altro alla sua bimba che gioca: sempre all’erta, pronto all’azione. “Dalla guerra non si torna più, rimani al fronte per sempre”. Tecnicamente si chiama “stress post-traumatico” ed è l’argomento de Il respiro del buio, il nuovo libro (in uscita a giorni per Einaudi) che chiude la trilogia autobiografica che esce proprio mentre, in Lituania, Gabriele Salvatores sta girando il film tratto dal primo capitolo della saga, Educazione siberiana. Mentre parla, guarda sua figlia che salta sui tappeti elastici. “Avere a che fare con i bambini è complicato, a volte penso che fosse meno stressante stare in Cecenia”.

 

Che padre sei?

Elena è un prodotto della società occidentale, ma cerco di metterle in testa qualcosa di siberiano

Tatuatore, scrittore, , pittore: l’onesto criminale siberiano ha fatto carriera.

Sono nato in un paese povero e umile dove il consumismo non era arrivato. Non ho mai avuto il sogno di diventare ricco o famoso. Il successo è venuto per caso, come per caso ho iniziato a scrivere. Scrivo perché mi piace farlo, perché mi fa sentire in qualche modo collegato a chi mi legge. Dai miei libri, invece, mi sento lontano. Da quando lo ho scritti non esistono più.

Parte del fascino di Educazione siberiana sta nell’idea di una giustizia violenta e sommaria, che però funzionava.

I siberiani erano cacciatori, non gente acculturata. La giustizia funzionava perché eravamo in un ambiente piccolo. Ed era violenta come tutte le leggi che vengono dal basso.

Trovava nulla di sbagliato nella società criminale?

Certe punizioni. Tipo ammazzare chi usava o trafficava droga. Due nostri amici cominciarono a drogarsi, ma non li denunciammo. Poi l’eroina si diffuse  e un paio di anni dopo buona parte dei ragazzi era morta. Allora capii.

Scrive libri tradotti in mezzo mondo però continua a fare il tatuatore. Perché?

I nostri tatuaggi servivano a passare informazioni senza essere scoperti dai nemici. Il tatuatore era una specie di sacerdote, a cui si confidano le cose più intime perché le traducesse in segni. Ho imparato a farli da bambini e non ho mai smesso.

I suoi che cosa raccontano?

La mia vita, ma non chieda di più. Mostrare i tatuaggi è un’offesa per il significato che portano: rischierebbero di perdere il loro potere simbolico. Non so neanche quanti ne ho. Ho iniziato a dieci anni: rappresentavano il passaggio nel mondo dei grandi.

Però il tatuaggio che ha sulla mano destra diventerà il simbolo del film. Non crede di aver “svenduto” i suoi valori?

Il dubbio mi perseguita da quando ho firmato lo sfruttamento dei diritti cinematografici. Ma penso anche che la tradizione siberiana sarebbe già stata dimenticata se non l’avessi raccontata. E mi torna in mente quello che diceva nonno Kuzja: “La vita continua finchè qualcuno ti ricorda.”

La morte, invece, e l’orrore della guerra si dimenticano mai?

Ci sono cose che è impossibile cancellare. Le operazioni in montagna, dove sparavamo al nemico da 200 metri e poi, con dolore e rabbia, scoprivamo che erano ragazzini. O i paesi bombardati, i cadaveri maciullati appesi ai rami degli alberi. La cosa più terribile? Gli occhi dei sopravvissuti: vuoti, spenti. Era meno doloroso vederli morti.

Quante persone pensa di aver ucciso?

Questa è davvero una brutta domanda, ma nel mio caso legittima. Non ho mai contato le mie vittime per non renderle dei numeri, per me sono personalità, nomi, idee, progetti per il futuro.

Nessun senso di colpa?

Sono caduti sotto il mio fucile come io potevo cadere sotto i loro: è la regola di ogni conflitto, l’uguaglianza di fronte alla morte. Ma togliere la vita a qualcuno è sempre doloroso, senti morire qualcosa dentro di te. Un pezzo della tua anima forse.

Dopo tutto questo, l’Italia.

Atterrato a Malpensa ho scoperto che mi avevano rubato le valigie. Ci crede? Proprio a me: un onesto criminale siberiano.

Cosa sono le donne per un “onesto criminale siberiano”?

Continuo a seguire la mentalità dei miei vecchi. Da noi la parità tra sessi è sempre esistita, ma non c’era bisogno che una donna facesse il minatore per essere rispettata.

La spieghi meglio.

le donne erano rispettate in quanto madri. Ricordo una lite tra due criminali che aveva diviso la comunità: si risolse quando un’anziana li invitò a casa, obbligandoli a fare pace. Non avevano scelta: se rifiutavano la “parola della madre” la comunità li avrebbe ammazzati.

Lei sua madre l’ascolta ancora?

Sempre. E’ la persona più importante della mia vita, le chiedo consigli su tutto. Quando cucino, se non la chiamo, il piatto viene cattivo. E quando batte il pugno sul tavolo, né io né mio fratello Dimitri osiamo aprire bocca. Ancora ci ricordiamo quando ci picchiava con un asciugamano bagnato.

I siberiani credevano che, a guardare un omosessuale negli occhi, si restasse “contagiati”. La pensa ancora così?

No. Con il tempo ho capito che non esiste omo o etero, ma solo sessualità e che, se mi piacciono le donne, forse l’ha deciso il destino. però nel mio quarto libro racconterò di un amico che mi rivelò di essere omosessuale : eravamo sempre insieme e non lo avevo capito e, cosa peggiore, l’avevo guardato negli occhi mille volte. E’ stato il più grosso spavento della mia vita (ride).

Molti dicono che quella che racconta nei libri non può essere la sua vita vera.

Guardi, io le ho solo raccontate, non ho il monopolio delle situazioni di m… . A chi le vuole, gliene regalo un po’.

 

Intervista di Luca Fiocchetti, Gioia N°40, pag. 99/100

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