Nicolai Lilin e la nostalgia della Siberia

Articolo di ANTONIO GNOLI – La Repubblica | domenica 11 Dicembre 2011

Una storia che è romanzo di formazione, e anche action-movie
Dove la natura, nei suoi luoghi più invivibili, diventa un rifugio

Tra le tante suddivisioni possibili attorno alla letteratura c´è quella di distinguere gli scrittori tra coloro che ascoltano e coloro che vedono. Tra chi privilegia i nessi invisibili del mondo e chi invece è incline al visibile con tutto ciò che narrativamente comporta. Nicolai Lilin appartiene a questa seconda schiera. Di più: vi appartiene con la sensazione che quanto egli racconta vuole avere la certificazione dell´autentico. Che sia il frutto insomma del proprio vissuto, come dimostra Il respiro del buio, appena pubblicato da Einaudi.

Lilin è un caso un po´ anomalo nel panorama letterario. È nato in Transnistria (ex Urss) ma scrive in italiano, lingua del paese nel quale vive da qualche anno. Il suo esordio narrativo avvenuto con Educazione siberiana (2009) è stato accompagnato da un lusinghiero successo, tanto che dal suo romanzo Gabriele Salvatores sta realizzando un film. Poi è uscito Caduta libera (2010), anch´esso ben accolto. E oggi, alla terza prova narrativa, si può ben dire che Lilin abbia soprattutto scritto di se stesso, su ciò che nella propria giovane vita ha combinato. Pensando a quello che gli è accaduto c´è da chiedersi, con qualche stupore, come sia possibile che un ragazzo, oggi trentenne, abbia vissuto tutte quelle esperienze. Saranno veri quei racconti sulla criminalità siberiana e sui loro riti arcaici? Dobbiamo prendere per buone le avventure di Nicolai cecchino in Cecenia? Gli scontri, le rapine, gli omicidi di cui parla, spesso coinvolto in prima persona, hanno un qualche riscontro con la realtà? Ricordo queste cose perché, tra gli argomenti usati contro Lilin, c´era appunto l´incredulità suscitata da quanto veniva narrando. Ma non è proprio nella forza del romanzo di vivere tra menzogna e sortilegio?

Il respiro nel buio è una storia di formazione ma anche un romanzo sul trauma e le sue conseguenze incontrollabili. Tornato dalla guerra in Cecenia e dai suoi orrori, il protagonista avverte la difficoltà di reinserirsi nella vita civile, di esserne accettato. Rischiando, così, di diventare, come tanti altri reduci, una figura borderline: un soggetto fragile e violento, Zizek direbbe appunto un soggetto post-traumatico. E confesso che mi ha incuriosito la maniera con cui l´autore ha ricreato questa polveriera psichica pronta a esplodere in ogni momento.

Naturalmente Nicolai, cioè il protagonista, farà di tutto per riguadagnare una vita normale. Con risultati scoraggianti. Almeno fino a che non decide di intraprendere un viaggio in Siberia che lo porterà dal nonno e alla scoperta delle proprie radici. E quel mondo, aspro e ostile nel quale finisce, quel mondo a torto considerato luogo di punizioni estreme, si rivelerà fondamentale per rigenerare la psiche di Nicolai. La Siberia, insomma, con la sua taiga, i suoi animali, la sua gente, i suoi riti sciamanici, i suoi villaggi, diventerà il grado zero dal quale poter ripartire. Già, ma per andare verso dove?

Tornato nuovamente alla vita civile, per Nicolai si pone ancora una volta il problema del che fare. Lavorare? D´accordo, non chiederebbe di meglio. Ma chi offrirebbe un´occupazione a un soldato dei corpi speciali? Sarà un colonnello a trovargli un impiego da agente addetto alla sicurezza di un ricco oligarca, ex generale del Kgb, in rotta con il governo. Nuove regole improntate alla vita paramilitare, e alle quali obbedire ciecamente, attendono il protagonista: ormai consapevole che l´imprinting di violenza che lo ha segnato duramente nella guerra cecena, possa essere messo al servizio di una causa oscura e terribile. Il nuovo status raggiunto complicherà l´esistenza del protagonista sino a metterne seriamente a repentaglio la vita, quando si vedrà invischiato in un gioco molto più grande di lui.

Lilin, si diceva, è uno scrittore dello sguardo. Se parla di armi finiamo col sapere tutto dei modelli, della loro efficacia e utilizzabilità. Se racconta di animali, di boschi o di fiumi, avvertiamo una sincera partecipazione alle realtà che descrive. Se ricorre alla sua memoria improvvisamente ci accorgiamo che il suo realismo, brutale, rumoroso e tormentato, prende la strada del silenzio. Si capisce che la Siberia è un balsamo per l´anima malata di Nicolai. Quella terra immensa ha qualcosa di meraviglioso che non possono avere né Mosca né Pietroburgo. Ha le leggi del cuore. Più dure delle leggi della città, ma meno astratte e soprattutto misteriose . Di qui l´impressione di trovarsi di fronte a un romanzo segnato da ritmi emotivi differenti. E stupisce un po´ vedere – dopo il racconto della selvaggia serenità siberiana – una vicenda che si trasforma in una sorta di “action movie”, con un susseguirsi di colpi di scena che fanno del protagonista una sorta di involontario eroe in bilico tra la vita e la morte.

Lilin è un bravo scrittore. A questo punto ci piacerebbe che egli attenuasse lo sguardo gettato su di sé e sul proprio avventuroso passato cominciando a dedicarsi con più determinazione a ciò che non si vede con il nudo occhio della propria esperienza. Vere o meno che siano le cose che ha raccontato, si avverte che egli è giunto a un punto conclusivo. Da qui la necessità di ripartire magari provando a privilegiare i fili invisibili che muovono la realtà di uno scrittore che ascolta e non solo vede.

Disegno di Gabriella Giandinelli per La Repubblica

Fonte:
La Repubblica – quotidiano di domenica 11 dicembre 2011
Blog Miccia Corta

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