Nicolai Lilin – intervista per Andymag

Scrittore, fondatore dello spazio culturale Kolima Contemporary Culture, artista e tatuatore. Nicolai Lilin

Andy ha incontrato Nicolai Lilin a Milano presso lo spazio da lui fondato dal nome Kolima Contemporary Culture. Lo scrittore, diventato famoso con “Educazione siberiana” – Salvatores sta girando un film tratto da questo libro – ci ha raccontato la sua grande passione per la scrittura, per le armi, per la letteratura. Un uomo che legge la Divina Commedia per rilassarsi. Un padre dai sani principi morali. Un siberiano che ha conosciuto da vicino il dolore e la violenza della guerra civile. Il senso della vita per Nicolai Lilin? Scopritelo in questa intervista.

Nicolai, quando e come è nato questo tuo grande amore per la scrittura?

Ho iniziato a scrivere per caso. Anni fa collaborai ad un progetto teatrale per la stesura di una sceneggiatura. Da questo progetto di scrittura nacquero le prime idee per i miei libri. Mi consigliarono loro di scrivere piccoli racconti per un sito internet. Una volta scritti mi contattarono per propormi di scrivere un libro vero e proprio. Da qui nacque “Educazione siberiana” che pubblicai con l’Einaudi.

Salvatores sta girando il film tratto dal tuo primo libro “Educazione siberiana”. Come è nata questa idea e chi ha fatto la proposta?

Alcuni giornalisti male informati hanno detto che sono stato io a contattare lui, altri che è stato lui, in realtà nell’arte e in questi casi non c’è qualcuno che decide qualcosa, sono processi legati alla sensibilità. Un po’ come nell’amore, dove non puoi decidere di chi innamorarti, succede e basta. La collaborazione tra me e Salvatores è nata in maniera molto naturale. Quando Gabriele lesse il mio libro ne rimase molto entusiasta. Fu uno dei pochi registi ed esponenti della cultura italiana che mi disse in tre parole il senso di “Educazione siberiana”. Questo fu il primo segnale di una totale sinergia artistica tra noi due. Lui ha usato la sua esperienza per lavorare a questo film, io ho usato la mia e Riccardo Tozzi (capo della Cattleya) ha fatto da padrino a questo progetto. Tozzi è stato il primo a venire da me per chiedermi se volevo vendere a loro i diritti. Lui mi ha dato le garanzie ed è stato davvero magico e bravissimo. Ha aperto il suo cuore davanti a me. Mi ha spiegato cosa avrebbe fatto ed è stato molto umano, perché il mondo del cinema spesso è crudele, dove spesso prendono i tuoi diritti per farne quello che vogliono, invece lui mi disse che senza di me questo film non lo avrebbero potuto fare.

Oltre ad essere uno scrittore tu sei anche un artista, nonché tatuatore…

Non sono un vero e proprio tatuatore. Quando diciamo questa parola vengono in mente ragazzi tatuati dalla testa ai piedi che vestono anche in un certo modo, che seguono delle mode. Non appartengo a questa categoria, anche se sono molto tatuato anche io. Lo dico senza offesa. Tra me e i tatuatori moderni c’è un enorme vuoto che non potrà mai essere riempito. Io appartengo e agisco nell’ambito artistico spinto da una carica culturale che rispetto al mondo moderno è arcaica. Io lavoro con la stessa etica che si usava una volta. Io per esempio non ho dei cataloghi. Da me non puoi venire e trovare un soggetto che ti piace. Io lavoro usando le esperienze delle persone. Loro vengono da me, si confessano, mi raccontano le loro storie personali e poi io trasformo questi racconti in immagini. In questo consiste la mia tradizione, trasformare le storie e le parole in simboli, che poi tatuo su queste persone. La gente non sa che cosa tatuerò su di loro. Per questa particolarità non posso essere denominato tatuatore.

Tu hai anche fondato lo spazio culturale Kolima Contemporary Culture presso i frigoriferi milanesi. Di cosa vi occupate in questo spazio esattamente?

Noi qui cerchiamo di creare un nuovo contenitore per la cultura, di dare un’alternativa e lo facciamo in piccolo. Non facciamo dirette televisive o radiofoniche. Organizziamo piccoli eventi mirati. Di base usiamo lo spazio come galleria d’arte. Gli artisti ci arrivano da vari canali di conoscenze, da contatti di lavoro, da curatori che collaborano con noi. L’inverno scorso abbiamo organizzato vari eventi dove siamo riusciti a collegare l’arte, la letteratura, la musica. Questo era il mio intento, creare uno spazio dove poter vedere una mostra, potendo però partecipare anche ad un piccolo concerto dove un musicista, magari anche famoso, può cantare in un contesto diverso, proprio come se fosse a casa, con la possibilità di avere un incontro ravvicinato con il pubblico. Inoltre proponiamo anche incontri letterari, piccoli spettacoli teatrali. Abbiamo richieste che ci arrivano da tutta Italia e anche dall’estero, di persone che vorrebbero partecipare a questo tipo di eventi. La vera ricchezza di questo posto è avere la possibilità di consumare varie forme d’arte nello stesso tempo. Al momento sto anche valutando di organizzare dei format legati ai film, facendo proiezioni di documentari di produzioni indipendenti. Vogliamo dare la possibilità di dare alle persone qualcosa che non potranno vedere al cinema o in televisione.

Nei tuoi libri, da “Educazione Siberiana” a “Caduta libera”, fino al tuo ultimo romanzo “Il respiro del buio”, racconti esperienze molto forti vissute in prima persona. Narri di guerra, di violenza, di mafia, di omicidi, di morte… come vive la vita di tutti i giorni un uomo come te? Cos’è per te la normalità?

Io sono la conferma che l’organismo, la mente umana e la società in genere si può adattare a qualunque cosa. Io sono nato in una situazione molto brutta. Da giovane ho vissuto esperienze estreme, di strada, perché sono nato in un contesto difficile, in un paese decadente, quello dell’Unione sovietica. Quando ero piccolo io tutto stava cadendo a pezzi, a livello sociale eravamo distrutti e quindi c’era un enorme preoccupazione. Siamo cresciuti in quel genere di scenari apocalittici che si vedono nei film e un bel giorno, per strada, hanno iniziato ad uccidersi: si chiama guerra civile e come qualcuno disse: “non c’è niente di più incivile di una guerra civile.” Io ho vissuto tutto ciò in prima persona. Facevo assistenza ai guerriglieri, a mio zio, a mio papà, raccoglievo le armi per strada, camminavo tra i cadaveri ma al momento non si pensa alla brutalità di queste situazioni. Poi una volta cresciuto rientri nella normalità e ti rendi conto che è terribile, perché scopri che in fondo la normalità non esiste, perché sei già ben consapevole di quanto sia debole il mondo degli umani. Sai già che la pace del mondo in cui vivi non è una cosa su cui fare affidamento, perché arrivi da situazioni estreme. Il ritorno quindi è sempre drammatico e pieno di perplessità. Pensi che tutto sia contro di te. Ti opponi ai meccanismi perché vedi in ogni cosa il male, i pericoli. Tutte queste cose però con il tempo si compensano con le cose belle che accadono nella vita di tutti i giorni. Ogni tanto mi rendo conto di aver vissuto cose estreme, soprattutto per il mondo occidentale, che è un mondo abbastanza protetto da certe atrocità.

Una volta che ci avrai raccontato tutte le tue esperienze, hai intenzione di abbandonare la scrittura e di dedicarti ad altro oppure sarai in grado di inventare un racconto fantastico, o di scrivere un romanzo totalmente inventato?

Non lo so. Io leggo da quando sono piccolo. Conosco bene il mondo letterario e credo che raccontare se stessi sia l’arte di qualsiasi autore. Ogni scrittore, anche quelli fantascienza, come Asimov, che adoro, raccontano questioni profondamente personali. Le cose che si inventano sono le circostanze, le situazioni. La via principale della comunicazione è quella sentimentale e un bravo scrittore deve essere in grado di raccontare questo. Anche io nei miei libri ho cercato – e spero di averlo fatto bene – di narrare il lato emozionale delle mie esperienze, perché scrivere racconti di cronaca non mi è mai interessato. Avrei potuto parlare della guerra per quello che è stato veramente, scrivere dei diari sulla situazione sovietica giorno dopo giorno ma io non ho fatto questo. Non ho mai voluto avere niente a che fare con il giornalismo, io racconto sentimenti, questo è il mio elemento principale.

Quali sono le tue passioni, i tuoi hobby e che tipo di letteratura ti piace e che musica ascolti?

Ascolto molta musica classica, l’opera, il metal, il rock, il jazz, il blues, se fatto bene. Amo le armi, ne ho tantissime e colleziono coltelli, oltre a costruirli. Ho anche un progetto in cantiere che partirà forse dall’anno prossimo. Voglio realizzare dei coltelli con una serie di coltellinai italiani che producono queste armi a mano. Saranno disegnati da me e voglio farlo per una questione artistica e di passione non di lucro. I coltelli sono oggetti molto belli, sono la cosa che trasformarono la scimmia nell’uomo.
Leggo da sempre. Mia madre mi insegnò a leggere quando avevo cinque anni. Oggi leggo molto anche su internet, gli eBook, ma resto comunque molto affezionato alla carta. Io leggo molti libri contemporaneamente, sono molto caotico. Quando ero giovane amavo la classica russa come Dostoevskij, Čechov, Turgenev, ma l’autore che sentivo più vicino era Bulgakov, perché era un scrittore sobrio che rileggo volentieri ancora oggi. Ho letto molta letteratura italiana e ho la Divina Commedia dappertutto, anche qui, da mia madre, a casa, sul mio cellulare e ogni tanto la leggo per rilassarmi. E poi Primo Levi, Pirandello, Mario Rigoni Stern, il miglior autore di guerra. Leggere per me è una funzionalità primaria, come respirare.

A questo punto vorrei farti una domanda difficile. Hai vissuto e visto con i tuoi stessi occhi anche il lato cruento dell’esistenza… qual è quindi per Nicolai Lilin il senso della vita?

Mio dio! Capisci la pesantezza di questa domanda? Dante per esempio scrisse la Divina Commedia, io non arrivo neanche ad un decimo della sua genialità.. Secondo me la cosa più importante è essere se stessi, rimanere se stessi. Questo è quello che ho imparato nella vita. La conoscenza, la continua ricerca, spirituale o fisica che sia. Bisogna sempre ricercare qualcosa. Leggere, formarsi, informarsi. Questi per me sono i valori, poi ovviamente c’è anche la bellezza della vita. Io sono anche padre di una figlia, per cui anche la scoperta della bellezza e dell’importanza di essere genitore per me è stata una vera rivelazione, una di quelle cose che ti cambia in meglio, decisamente.

Intervista: Dejanira Bada
Foto: Andrea Chisesi
Fonte: Andy Magazine


Foto: Andrea Chisesi