Se vuoi la pace comprendi la guerra – Intervista a Nicolai Lilin per Wu Magazine – Novembre 2010

NICOLAI LILIN/
SE VUOI LA PACE
COMPRENDI LA GUERRA

EDUCAZIONE SIBERIANA, SUO ESORDIO LETTERARIO, HA RICEVUTO ELOGI, CRITICHE E LA STIMA DI ROBERTO SAVIANO. DA POCO E’ TORNATO NELLE LIBRERIE CON CADUTA LIBERA, UN VIVIDO RESOCONTO DELLA SUA ESPERIENZA DI GUERRA IN CECENIA.
ABBIAMO PARLATO CON NICOLAI LILIN PER CAPIRE COME IL MESTIERE DELLE ARMI POSSA CAMBIARE LA VITA DI UN UOMO.

E’ diventato scrittore un po’ per caso e grazie agli amici dell’associazione torinese “LIBRE”.Poi il contratto con Einaudi e la notorietà. Ha esordito raccontando la vita nella difficile periferia russa, stuzzicando l’interesse di Gabriele Salvatores, che dei forti contenuti di quel libro ne farà presto un film. Nicolai Lilin continua però a vivere con logica. Senza Eccessi. Seguendo gli insegnamenti di una virulenta Educazione Siberiana, e di due anni in Caduta libera nel teatro ceceno.

Roberto Saviano ha avuto per te commenti positivi. Che idea ti sei fatto della sua posizione?
Mio nonno mi raccontava  una storia secondo cui i lupi siberiani a volte cadevano in momenti di pazzia collettiva. Per assenza di cibo o per ingrandimento eccessivo del branco, gli animali cominciavano a uccidere i propri genitori e fratelli. A quel punto arrivava un lupo dagli occhi verdi che, guardando il branco, riusciva a far tornare la ragione. Credo che anche tra gli uomini succeda la stessa cosa, e Roberto è come il lupo della favola di mio nonno. Ti aiuta a non impazzire, per ragionare sulla direzione giusta della vita. Io rispetto il suo impegno. Però tra me e Saviano esiste una grande differenza: lui denuncia l’attualità, io invece scrivo romanzi basati sulle mie memorie personali.

Sei stato sedotto dalla guerra?
La guerra  ha il potere di cambiare la natura umana. E questo tuttavia non sempre genera effetti negativi. Molte persone con trascorsi conflittuali – non solo militari, ma anche famigliari – affinano le loro metodologie analitiche. Manifestano capacità comunicative maggiori rispetto alle persone normali. In Cecenia, mi capitava spesso di dividere l’ultimo pacchetto di razione con i civili in fuga. Per noi era normale. Spesso invece come prima cosa ai profughi si chiedono dettagli e informazioni, senza capire che hanno magari camminato tutta la notte in mezzo alla  battaglia. Hanno perso tutto e anche il minimo calore umano li può far sentire meno soli. Ma per comprenderlo è necessario vedere un conflitto, capire cosa significa una vita annientata. Provare come ci si sente quando ti sparano addosso, provare il gusto del sangue, il dolore e la stanchezza.Con ciò non voglio giustificare la guerra, ma semplicemente vorrei far capire che anche da una situazione così negativa, si possono trarre buoni insegnamenti.  La guerra non può sedurre perché non è bella. O ti distrugge come uomo, oppure ti aiuta a crescere. Dipende da come la impari a vivere.

Nei conflitti si deve uccidere per sopravvivere. Hai mai avuto rimorsi per quanto fatto in quegli anni?
Non ho commesso atti criminali, non ho ucciso nessuno per capriccio o per interesse personale. Ero un cecchino di un’unità operativa e le azioni che intraprendevo non erano riconducibili alla semplice voglia di sopravvivere. Noi contribuivamo alla protezione della società dal terrorismo islamico. Ti sbagli se pensi che per due anni tra montagne e città occupate da mercenari e terroristi agivamo spinti solo dalla voglia di sopravvivere. Ognuno di noi credeva in quello che faceva. Non è stato semplice, perché sapevamo che la guerra era sporca e piena di contrarietà, che c’erano in ballo interessi economici e comandanti corrotti. Ma allo stesso tempo sapevamo che dietro tutto c’era una società pacifica fatta di persone.

In Caduta libera scrivi: “In guerra mi facevano più impressione i vivi che i morti”. Qual era il rapporto tra vita e morte sul campo di battaglia?
In ogni guerra sono i civili a subire i danni maggiori. Non esiste niente di più atroce che vedere una madre seppellire i propri figli, o un padre accettare la fine della propria famiglia senza poter fare nulla. Le persone che hanno subito simili traumi non fanno più parte di questo mondo. Quando la tragedia è statistica come nei conflitti, è impossibile ricostruire qualcosa. Si rimane con un enorme vuoto dentro. Il tempo, la vita, le circostanze non hanno più significato. Questo è il volto peggiore della guerra. I morti possono impressionare per un breve periodo. I cadaveri sfigurati e le ferite dopo un po’ diventano insignificanti. Si impara a passarci sopra come sui cocci di vetro.Abituarsi invece a vedere i vivi, e a non mostrare emozioni è una cosa che non ho mai imparato a fare.

Le accuse che ti vengono mosse puntano il dito contro la veridicità di quanto scrivi. Come rispondi alle critiche? Quanto di romanzato c’è in ciò che racconti?
Accusare me e i miei libri di assenza di verità, per il solo fatto che si tratta di romanzi, è assolutamente inutile.Ho scritto una storia usando come base narrativa le mie esperienze, e trovo che sia molto maleducato chiedermi di precisare cosa c’è di vero e cosa no.

Condire il tuo vissuto con la fantasia, pensi possa offuscare l’immagine forte dei tuoi libri?
Non uso la fantasia per “condire”. Scrivo come se raccontassi la storia ad un caro amico, a un fratello, a qualcuno  con cui condividere una parte dei miei pensieri più profondi. Non ho la pretesa di scrivere libri di inchiesta, perché non ne sono capace. Ogni lettore ha il diritto di percepire il libro per quello che gli sembra. ma se lo chiedete a me questo è quello che posso dirvi. Ciò detto, molti russi, ucraini, moldavi, rumeni e persone dell’est mi sostengono e mi ringraziano per aver  scritto storie che, nei paesi dell’ex bocci sovietico, solitamente non si raccontano.

Intervista di Marco Crosetto per Wu Magazine – Novembre 2010
http://www.wumagazine.com/archivio/sfoglia_10_14/sfoglia.html?pageNumber=30